“La civiltà perduta” di James Gray

di Aldo Viganò.

Mai fidarsi solo delle apparenze. Tratto pur liberamente dall’omonimo libro scritto nel 2005 da un giornalista del “The New Yorker”, partito come molti altri prima di lui alla ricerca dell’esploratore britannico Percy Harrison Fawcett (1867-1925?) scomparso con il figlio

di Aldo Viganò.

Mai fidarsi solo delle apparenze. Tratto pur liberamente dall’omonimo libro scritto nel 2005 da un giornalista del “The New Yorker”, partito come molti altri prima di lui alla ricerca dell’esploratore britannico Percy Harrison Fawcett (1867-1925?) scomparso con il figlio Jack nel corso di una spedizione intesa a scoprire un’antica città perduta (il mitico El Dorado?) nell’inesplorata giungla dell’Amazzonia, “The Lost City of Z” ha l’apparenza di uno dei tanti bio-pic avventurosi che si aggirano sugli schermi attuali, ma a ben vedere si rivela soprattutto, sin dalle prime inquadrature, come uno dei migliori film d’autore della stagione in corso: un’opera ricca e complessa, sovente sorprendente, con la quale James Gray (“Little Odessa”, “I padroni della notte”, “Two Lovers”, “C’era una volta a New York”) conferma di essere uno dei migliori registi della propria generazione (è nato nel 1969).

Prodotto da Brad Pitt, che originariamente ne doveva essere anche il protagonista, “La civiltà perduta” racconta la storia di un inquieto maggiore dell’esercito inglese che, anche per riscattare la memoria di un padre ubriacone e per questo screditato nei salotti dell’aristocrazia vittoriana, accetta l’incarico della londinese Royal Geographical Society di recarsi lungo il confine tra la Bolivia e il Brasile al fine di “mappare” quella parte della giungla ancora inesplorata, risalendo sino alla sorgente del Rio Verde. Per questo, l’allora quasi quarantenne Percy Fawcett abbandonò l’amata moglie e il figlioletto e scoprì il piacere dell’avventura verso l’ignoto, che tra l’altro concorse a ispirare al suo amico Arthur Conan Doyle la scrittura del romanzo “Il mondo perduto”.

La prima spedizione di Fawcett ebbe uno straordinario successo e spinse il maggiore (promosso colonnello in corso d’opera) a ripartire più volte (lasciando per ogni spedizione un nuovo figlio dietro di sé) verso l'”altrove” individuato in quella “civiltà perduta”, diventata ormai per lui un’ossessione anche personale e di cui era convinto di aver ritrovato le concrete tracce tra gli indigeni cannibali e sovente ostili che abitavano quel territorio.

È proprio sul conflitto tra la pace amorevole del “nido” famigliare (più volte abbandonato) e l’ansiosa ricerca di un ignoto affascinante e misterioso, che James Gray costruisce con piena consapevolezza linguistica il proprio racconto cinematografico, sortendone un film affatto personale, nel quale serpeggiano anche molti temi già trattati nelle sue opere precedenti, nonostante queste si rifacessero a generi cinematografici molto diversi. Perché quello che veramente conta in “La civiltà perduta”, come in tutto il cinema di Gray, consiste proprio nella consapevolezza formale nella quale i contenuti finiscono con l’assumere autentici significati.  Con la conseguenza che in un film sono il taglio delle inquadrature, il tono delle sequenze, i raccordi di montaggio e il ritmo delle immagini in movimento che concorrono a dare un senso compiuto al tutto. In una parola a farsi stile. Ed è in queste sempre personalissime scelte, figurative e drammaturgiche insieme, che anche un film quale “La civiltà perduta” si definisce in modo autonomo, lasciando che nello scorrere dei suoi fotogrammi fondamentalmente claustrofobici (il sole e l’azzurro del cielo non vi compaiono mai) si coniughino dialetticamente la complessità della ricerca in atto: dei suoi protagonisti e quella delle loro motivazioni comportamentali.

Un senso di claustrofobia che dà tono e contenuto a “La civiltà perduta” e che nel film si articola in modo che quando l’azione si svolge negli spazi naturali aperti si abbia la sensazione che questi preludano – ora con nostalgia e ora con tremore – alla oscura vita di città appena abbandonata; ma anche che le fumose riunioni scientifiche londinesi non siano altro che l’anticipazione dei viaggi nella giungla abitata dalle presenze inquietanti degli indigeni, la cui atavica tranquillità viene violata dalla presenza indesiderata degli esploratori.

È attraverso queste scelte squisitamente estetiche che il film di Gray si fa via via sempre più complesso, aprendosi, pur nel suo andamento narrativo fondamentalmente lineare, alla scoperta e alla rivelazione di un cinema straordinariamente contemporaneo. E ciò nonostante le sue apparenze classicheggianti. Anzi, molto probabilmente in virtù proprio di queste, perché nello scorrere dei suoi ventiquattro fotogrammi al secondo “La civiltà perduta” risulta progressivamente essere, tra l’altro, anche una vitale testimonianza metaforica della consapevole ricerca di quel cinema “perduto” che James Gray con tenacia persegue da sempre. Un cinema, appunto, la cui contemporaneità si definisce non tanto nella storia raccontata, quanto nel linguaggio in cui questo racconto si articola e assume senso. A conferma che è proprio questa ricchezza linguistica che permette a un film (e ai suoi spettatori) di vivere l’esperienza emozionante di essere esploratori di un possibile mondo culturale in cui passato e futuro si possono coniugare (come in questo caso) nell’autonomia dell’esperienza artistica.

 

LA CIVILTÀ PERDUTA

(The Lost City of Z, Usa 2016)   Regia e sceneggiatura: James Gray – Soggetto: dal romanzo ominimo di David Grann  – Fotografia: Darius Khondji – Musica: Christopher Spelman – Scenografia: Jean-Vincent Puzos – Costumi: Sonia Grande – Montaggio: John Axelrad e Lee Haugen. Interpreti e personaggi: Charlie Hunnam (Percy Fawcett), Robert Pattinson (caporale Henry Costin), Sierra Miller (Nina Fawcett), Tom Holland (Jack Fawcett), Angus Macfadyen (James Murray), Edward Ashley (Arthur Goldie), Clive Francis (Sir George Goldie), Franco Nero (barone De Gondoriz).

Distribuzione: Eagle Pictures – Durata: due ore e 21 minuti

 

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